IMPORTANTE INTERVISTA DEL DECANO ANDREA PANERINI SU “NOTIZIE CRISTIANE”

(Ringraziamo il sito NotizieCristiane.com per l’intervista e il servizio offerta alle comunità cristiane) red.
Abbiamo il piacere di pubblicare l’intervista esclusiva  al Reverendo Andrea Panerini, Decano nazionale della Chiesa Protestante Unita, Membro dell’International Council of Community Churches (ICCC) e del Consiglio ecumenico delle Chiese (WCC).
La Chiesa Protestante Unita è una denominazione evangelica nata in Italia da qualche anno dalla confluenza di comunità e fedeli provenienti da esperienze di fede diverse nell’ambito del protestantesimo italiano che si sono riuniti per dare vita a una nuova esperienza ecclesiale che intende proporre un modello di Chiesa protestante orizzontale e lontano dalla Chiesa-istituzione in cui si sono rifugiate molte denominazioni “storiche”. Allo stesso tempo è una Chiesa in cui convivono tradizioni e riti diversi (luterano, presbiteriano, metodista, anglicano) che fanno riferimento alla Riforma del XVI secolo e convivono insieme nel concetto di unità nella diversità. Attualmente è presente nel territorio nazionale con comunità a Firenze, Terni, Roma e Milano.
– Cosa rappresenta oggi la Chiesa Protestante Unita?
La Chiesa Protestante Unita rappresenta oggi una piccola denominazione che si vuole porre all’avanguardia del cambiamento della teologia della Riforma “storica” rigettando deviazionismi di matrice liberale ma allo stesso tempo con una etica progressista basata sulle Scritture e non sulle mode del momento e su convenienze politiche poiché siamo nel mondo, ma non siamo del mondo. Abbiamo più sensibilità religiose al nostro interno, quella prevalente è di matrice luterana ma vi sono consistenti “iniezioni” di metodismo e crediamo che le differenze denominazionali storiche tra Chiese che guardano alla Riforma del XVI secolo e al primo rinnovamento, come quello di Wesley, oggi davvero abbiano poco senso. Come dice il motto di Agostino: “Unità nelle cose necessarie, nel dubbio libertà, in ogni cosa carità”.
– Quali sono i vostri rapporti con la Chiesa Valdese e le altre Chiese “storiche”
Innanzitutto premetto che la nostra non è stata una “scissione” perché tuttora i fedeli delle nostre comunità che vengono dal valdismo e dalle altre Chiese “storiche” sono una piccola minoranza, magari vi è più rilevanza negli organismi dirigenti Come tale tuttavia è stata percepita e tuttora non vi è nessun rapporto ufficiale voluto né da noi né da voi con la Chiesa valdese e con la FCEI, nonostante una nostra domanda di dialogo e una domanda di essere “osservatori” nella FCEI che ha dovuto aspettare circa un anno per avere una risposta negativa di tre righe dal pastore Negro che ci diceva che “non avevamo rapporti fraterni con le Chiese membro della FCEI), ma potremmo dire che loro non hanno voluto rapporti con noi e che non avevamo “segnalato correttamente” le nostre affiliazioni ecumeniche. Nonostante questo siamo in buoni rapporti con settori della Chiesa avventista e dell’Esercito della Salvezza mentre con la Chiese Evangelica Luterana in Italia (CELI), che sono i luterani di lingua tedesca (tranne rari casi di culto in italiano e che sono finanziati dalla EKD, la Chiesa evangelica tedesca e hanno stipendi pastorali e fondi che gli italiani si sognano), il problema di fondo è che noi ci definiamo, tra le altre cose, “Chiesa Luterana di lingua italiana” e questo loro non l’hanno mai accettato, come se le parole “protestante” o “luterano” avessero un copyright. Anni fa mi ricordo di una diatriba simile sul nome “metodista” con la Tavola valdese che ne reclamava l’utilizzo esclusivo e un gruppo di fuoriusciti triestini cedette per evitare una causa legale.– E se la CELI minacciasse una causa per l’utilizzo del termine “luterano”?
Facciano loro, noi abbiamo un agguerrito ufficio legale che si avvale, tra l’altro, di due professori universitari emeriti di Diritto ecclesiastico. Spero, nel minimo di spirito di fratellanza, che si evitino queste cose penose.

– Quale è stato il tuo percorso dentro la Chiesa valdese, negli studi di teologia e perché alla fine, sei stato messo alla porta e sei finito in una nuova Chiesa che hai contribuito a fondare, la Chiesa Protestante Unita?
Ero affascinato dalla storia e da quello che sapevo del pensiero valdese. Per brevità salto gli anni precedenti alla mia entrata alla Facoltà di Teologia (nei quali comunque ho frequentato una comunità valdese, quella fiorentina, fredda, litigiosa, non accogliente, con molte maldicenze nei confronti di diverse persone e non accogliente verso le persone omosessuali come poteva sembrare da fuori). Per quanto riguarda la Facoltà valdese posso dire che è stato un ambiente tossico, per nulla fraterno, dove vi erano pochissime occasioni addirittura per pregare insieme, pieno zeppo di invidie e maldicenze, docenti freddi e, per quanto da me visto, per nulla devoti alla Parola di Dio come tale: l’esatto contrario delle esortazioni sulla comunione fraterna  che l’Apostolo Paolo ci indica nelle sue lettere. Mi hanno trasmesso buone competenze tecniche teologico-bibliche ma non certo il fervore del predicatore che deve trasmettere la perfezione dell’amore (citazione da Wesley, figura che per me rappresenta, assieme a Lutero, molto per la mia vocazione al ministero). Sono stati i quattro anni più brutti della mia vita se si esclude il periodo della morte di mio padre e della malattia di mia madre. Giravano addirittura voci (non solo da parte di altri studenti ma anche di noti e importanti professori) che fossi membro della massoneria (perché una rivista legata al Grand’Oriente aveva pubblicato una recensione su un libro di Giuseppe Mazzini da me curato ed edito tra l’altro da Claudiana, l’editrice valdese) e che fossi sieropositivo (forse perché associavano l’omosessualità a questa terribile malattia come trent’anni fa e perché sono invalido civile per una serie di altre patologie). La prima notizia era completamente falsa, la seconda non li riguardava e non riguarda nessuno perché è un fatto personale e non si vede come possa interferire con il ministero pastorale ma sono sicuro che hanno, assieme alle mie posizioni che vi racconterò di seguito, influito non poco sulla decisione di mettermi alla porta: in quel periodo ho notato anche una inserviente che veniva a fare le pulizie nella mia stanza che frugava nei cassetti della mia scrivania in cerca di chissà quali compromettenti prove. Nelle comunità della Chiesa Protestante Unita vi sono diverse persone sieropositive che sono accolte come tutte le altre, non hanno nulla di più o di meno degli altri fratelli e sorelle di Chiesa e sarebbe l’ora di smetterla di discriminare persone malate e invalide e spesso più credenti e sensibili di noi e sono orgoglioso che il 1° dicembre di ogni anno (Giornata mondiale contro l’HIV/AIDS) la nostra Chiesa distribuisce preservativi gratuitamente come prevenzione alle malattie a trasmissione sessuale, Per i valdesi che fossi sieropositivo o meno evidentemente era importante (nonostante le loro buoniste pubblicità per ottenere l’8 per mille) per la mia attuale Chiesa no: non me l’hanno domandato e non credo sia giusto rispondere (che una persona lo sia o meno) a una domanda del genere a meno che non vi sia una volontà di rendere note cose totalmente private. Poi, a dispetto di tutte le propagande, la Chiesa valdese è in gran parte omofoba ma nasconde questo aspetto per motivi economici, d’immagine e d’indifferentismo religioso. Non esagero nel dire che almeno la metà di tutti i pastori valdo-metodisti siano atei o agnostici e facciano questo (che loro considerano un mestiere) solo per lo stipendio (piccolo ma sicuro) e i numerosi benefit.

– Ma oltre a queste beghe nella Facoltà e a presunte malattie, cosa ha spinto gli organismi valdesi a sbarazzarsi di lei?
La Facoltà teologica nel mondo valdese ha molto peso nella scelta dei nuovi pastori. Scusami se mi dilungo in questa mia storia personale, ma penso sia importante che si sappia come funzionano le cose in Chiese che si mettono sul piedistallo da sole per ricevere, tra l’altro molti milioni di euro di otto per mille.

Se un professore pensa che tu non sia adatto a fare il pastore, questo conta più della relazione di un Consiglio di Chiesa sul tuo tirocinio pastorale. E io di tirocini ne ho fatti diversi: due anni alla Chiesa Metodista di Roma di via XX settembre, due anni alla Chiesa metodista di Terni (dove più che tirocinante ero il vero pastore già in servizio visto che il titolare, ex professore di teologia, non si era mai visto e soggiornavo tutte le settimane non appena finivano le lezioni a Roma), una estate alla Chiesa valdese di Bobbio Pellice, un’altra alla Chiesa metodista di Vicenza. Tutti giudizi elogiativi sul mio operato pastorale da parte dei fedeli e dei competenti Consigli di Chiesa. E infine sei mesi alla Chiesa valdese di Milano dove sono restato anche tutta l’estate per garantire le ferie ai pastori titolari e dove, il penultimo giorno di servizio, mi arriva la lettera di benservito con motivazioni risibili sul mio carattere poco malleabile, sulla mia propensione a indossare una toga (un pastore o un aspirante tale cosa dovrebbe indossare?). Ma penso che sia stato proprio il mio poco malleabile carattere unita alla mia discendenza non valdese (perché i valdesi di famiglia sono di serie A in quella Chiesa e i convertiti dal cattolicesimo sono feccia o poco di più) ad aver costituito il motivo decisivo. Io facevo parte del Collegio Accademico della Facoltà come rappresentante degli studenti e uno studente dell’est Europa (con una teologia tra l’altro non lontanissima da alcune chiese pentecostali “moderate”) fu espulso per una presunta violenza su una visitatrice americana. L’organismo di cui facevo parte non aveva alcuna competenza per prendere una decisione del genere ma lo fece, in assenza di una denuncia alla Procura della Repubblica, in assenza della presunta vittima e del presunto assalitore o di loro testimonianze scritte, video o audio, a mesi di distanza dalla presunta violenza, senza nessuna prova tangibile ma solo con una pastora dell’UCEBI (lo studente era battista) che riportava a modo suo le dichiarazioni della presunta vittima e semplicemente affermando che quando una donna accusa, l’accusa è sempre valida (cosa che l’attuale pastora residente a Firenze Letizia Tomassone – e attuale assistente universitaria –  ci aveva detto in una lezione del suo corso di “Teologia di genere”). Io parlai rimarcando la mancanza di giurisdizione del nostro organismo, invitando a distanza la presunta vittima eventualmente a rivolgersi alle autorità secolari e dicendo che stavano istruendo un processo canonico peggiore del Sant’Uffizio. Ovviamente fui l’unico che votò contro l’espulsione di questo studente e fui verbalmente linciato. Lo stupro di una donna è una cosa orribile, ma anche il modo in cui questo studente fu espulso senza potersi difendere lo fu. Poi, per farla più breve, quando ho avuto modo di votare nel Sinodo valdese ho votato più volte in maniera contraria all’indicazione di voto dell’attuale Moderatore della Tavola Eugenio Bernardini, una volta, con una mia mozione, rischiai di mandarlo in minoranza. Ero frocio, vi erano voci sulla mia appartenenza alla massoneria e su una ipotetica sieropositività e soprattutto non ero manovrabile e non stavo zitto (come non sto zitto tuttora) quando vedo qualcosa che non va. Non ero certo adatto a loro che evidente vogliono dei mediocri e obbedienti burocrati e non dei pastori.

– Cinque anni fa la redazione di Notizie Cristiane si occupò della linea della Chiesa Valdese in Italia, in riferimento alla presa di posizione degli anziani che erano contro al modernismo entrato nella Chiesa Valdese. A tutta risposta i rappresentanti della Chiesa Valdese risposero che in quella lettera le posizioni mosse dagli anziani erano solo a titolo personale.

Se non fosse una dolorosa lacerazione, verrebbe da ridere. La lacerazione fu un manifesto che il gruppo che fa riferimento al sito “Valdesi.eu” aveva rivolto al Sinodo contro la benedizione delle coppie omosessuali. Io stesso, che ero favorevole a queste benedizioni, trovai affrettata la decisione del Sinodo di approvarle senza una vera e paziente discussione nelle comunità, specialmente quelle con una maggioranza di fratelli e sorelle immigrati. E dissi anche, e lo ritengo tuttora, che fu un grosso errore non permettere ai promotori di quell’appello di poterlo spiegare in Sinodo, a prescindere dalle posizioni individuali. Ero verbalista in quel Sinodo  e quindi nelle postazioni della Presidenza e affermo che quel Sinodo fu all’insegna dell’autoritarismo, della confusione e del mancato rispetto delle regole. E non fu l’unico negli anni a cavallo tra il primo e il secondo decennio del XXI secolo.
Non ero d’accordo con nessuna parola di quell’Appello ma era giusto che quei fratelli e quelle sorelle potessero esprimere le loro posizioni, inoltre il dispositivo del documento che autorizzava le benedizioni era scritto male, raffazzonato, senza coerenza teologica e insufficiente nelle citazioni bibliche favorevoli a quelle benedizioni: fu una decisione politica con entrambi gli occhi rivolti ai media. Poi, l’unica cosa che condivido con quei fratelli e sorelle che ora sono confluiti in Antichi Sentieri Valdesi (quindi diciamo loro usciti a destra, io uscito a sinistra) è il rifiuto di gran parte della teologia liberale: sulla dottrina sono un conservatore anche se a favore di una esegesi biblica storico-critica, un barthiano, e non ne ho mai fatto mistero, nell’etica dico che non tutto è scritto nella Bibbia di ciò che accade nel mondo moderno.
– Alla luce di questa tua nuova esperienza con la Chiesa Protestante Unita come vi collocate su posizioni come il matrimonio Lgbtq, la cultura gender, l’aborto e il pastorato alle donne?
Nella nostra Dichiarazione di Fede dichiariamo che i diversi orientamenti sessuali che la fecondità creatrice di Dio ha fatto sono tutti nell’ordine della Creazione, quindi noi abbiamo sempre sposato coppie omosessuali e ammettiamo pastori omosessuali, trans e donne. E’ una scelta presa dopo anni di studi sulla Scrittura, sul suo contesto storico-critico e nella cura pastorale delle persone. Si può essere d’accordo o meno, ma è stata una scelta ponderata, considerando la Bibbia anche nei versetti che appaiono negativi, e senza frettolosità mediatiche e politiche.
Sulla “cultura gender” il discorso è più articolato. Primo, non esiste nessuna “cultura gender”, nessuna Spectre mondialista che vuole imporre i diritti LGBTQ: questa è una invenzione di alcuni estremisti. Lo stesso movimento LGBTQ è estremamente diviso e frastagliato al proprio interno in Italia e altrove anche per esempio sulla GPA (Gravidanza per Altri), comunemente detto Utero in affitto. La parte più capitalista del movimento la vuole come proprio “diritto umano” (il che è assurdo) mentre la parte anticapitalista e molte femministe la respingono e la nostra Chiesa pure, come si evince da un atto del nostro ultimo sinodo che condanna la GPA come sfruttamento del corpo femminile e mercimonio di bambini. Esiste semmai una sedicente “teologia queer” che è un’estremismo della teologia liberale e che ritengo dannosa e del tutto fuori strada. Si possono difendere le coppie omosessuali senza violentare la Scrittura” e senza fare i sessantottini del caso. Una salda dottrina protestante che conservi il necessario può ammettere, con le opportune spiegazioni teologico-bibliche, i matrimoni gay.
Sull’aborto siamo, come credo tutte le Chiese cristiane, contrari ma vediamo favorevolmente al fatto che lo Stato abbia una legge che regolamenti il fenomeno senza “far west”. Semmai come cristiani ci dovremmo fermare a riflettere sul perché una donna decide di abortire: povertà, abbandono, ingiustizia sociale, insufficiente educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole, nelle famiglie e nelle Chiese, per esempio.

– Quantunque le posizioni di Notizie Cristiane sono diametralmente opposte alla vostre su alcuni temi da voi affrontati, quali sono gli obbiettivi prefissati per i prossimi anni alla luce di una “tiepida” fede che avanza? Come si possono costruire ponti e abbattere steccati con le belle e sane realtà pentecostali alla luce dell’ultimo Sinodo svoltosi nel mese scorso?

Uno dei temi principali del nostro scorso Sinodo è stata l’evangelizzazione: noi abbiamo pochi mezzi finanziari ma quello che deve cambiare è l’atteggiamento mentale. La Chiesa non deve fare “anche” evangelizzazione ma “soprattutto” evangelizzazione. E soprattutto verso i giovani che sono bombardati non tanto dalla fantomatica “ideologia queer” ma dal messaggio che il capitalismo è giusto, fregartene del prossimo è giusto, l’abuso della scienza è giusto, il confidare solo nella scienza e non in Cristo Gesù sia giusto. Queste sono le vere sfide da affrontare sia con i nuovi mezzi di comunicazione ma anche riprendendo in mano alcuni di quelli “vecchi”. John Wesley ha scritto più di 40.000 sermoni nella sua vita e ha cominciando predicando nelle bettole, nelle bische, nelle case di prostituzione. All’inizio è stato preso a male parole, picchiato, insultato ma poi ha convertito migliaia e migliaia di persone. Quindi predichiamo nelle strade, davanti alle scuole, alle università, agli edifici pubblici, alle case da gioco e ai bar che hanno le slot machines (la vera piaga del nostro tempo, forse ancora più perniciosa dell’alcool e delle droghe), sui tetti e in quelle che sono considerate “fogne” dalla società (non esclusi i locali e i club privati a sfondo sessuale). Se non portiamo noi l’Evangelo chi lo farà, e se non lo faremo come faremo a stare in pace con la nostra coscienza?
Sul rapporto con il mondo pentecostale posso solo dire che non sarà facile perché esso è molto frastagliato. Escluderei alcune chiese fondamentaliste e le ADI che non vogliono rapporti con nessuno, con le altre le nostre porte sono spalancate nella consapevolezza che il nostro modo di leggere la Bibbia e la nostra etica sono molto diversi, a volte antitetici. Ma se vi è buona volontà un modo, anche nei dissensi, di parlarsi, a mio parere si trova, quello che è mancato, nonostante le maggiori affinità teologiche, alla FCEI per loro motivazioni politiche. Soprattutto credo che su evangelizzazione e diaconia sia una ottima cosa cercare punti di convergenza e di mutuo aiuto oltre che di progetti condivisi. Preghiamo il Signore affinché sani tutte le nostre ferite e divisioni.
Pietro Proietto | © Notiziecristiane.com

La chiarezza che il Vangelo esige

Alcune note sugli ultimi accadimenti religiosi, sociali e politici

Editoriale di Marta Torcini, Vicemoderatore della CCM/MCC di Firenze nel numero di luglio/agosto 2015 de “La pagina cristiana”

La visita del Papa alla Chiesa Valdese di Torino ha entusiasmato tutti coloro che sperano che il dialogo fra le chiese cristiane porti progressivamente ad un riavvicinamento (se non ad una riunificazione) delle varie confessioni e denominazioni, nel reciproco riconoscimento di comunanza di valori, e di autonomia confessionale e teologica.
Un obiettivo che sembrerebbe vicino, ma che non è affatto facile da raggiungere, neppure all’interno del protestantesimo. Ci dividono fondamentalismi di vario genere (uno è per esempio il riconoscimento delle coppie gay che, nella nostra realtà, divide persino il Consiglio dei Pastori di Firenze al punto da mettere in discussione la partecipazione ad esso del nostro Pastore), particolarismi, rivendicazioni di primogenitura, che dovrebbero essere tutti rivisti alla luce dell’Evangelo, e rapidamente accantonati.
La posizione della Chiesa Cattolica Romana è però più complessa. Il processo di laicizzazione, indubbiamente in atto in Europa, ha portato all’elaborazione di nuovi standard distintivi, di nuovi caratteri culturali che hanno fatto prevalere una visione individualistica dell’esistenza e hanno condotto alla riduzione dello spazio per la solidarietà umana, nella politica come nell’etica. In politica basti pensare a come si sono ridotte in tutta Europa le tutele sul lavoro, o al vergognoso spettacolo che stanno dando le istituzioni europee di fronte al problema dei migranti, o a quello del debito della Grecia o di altri paesi: il denaro e la sicurezza sono diventati i parametri sui quali tutto viene valutato.
In campo etico si sono affermati principi quali la scelta individuale sul fine vita e sulla procreazione assistita, si è rotto il patto generazionale, è palese l’incapacità delle persone di mantenere rapporti di coppia stabili, di assumersi la responsabilità di una consapevole paternità e maternità, e questo anche, ma non solo, a causa della crisi che non aiuta i giovani a crearsi la necessaria indipendenza economica. Emerge chiarissima l’incapacità dell’istituto della famiglia tradizionale a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale, luogo di compensazione anche economica delle disuguaglianze indotte dal mercato.
Tutte le chiese sono impegnate, in un contesto di questo tipo, a ricercare strumenti per il recupero di relazioni sociali solidali e per la creazione di nuove famiglie attraverso le quali ricostruire il tessuto umano nel quale veicolare il messaggio cristiano ai più giovani ricostituendo una comunità di credenti ampia e attiva nella società.
Gli strumenti più importanti per il raggiungimento di questo obiettivo erano in passato e rimangono tuttora la famiglia e la scuola. Gli interventi del nostro governo sulla scuola pubblica mettono in evidenza un tentativo per nulla mascherato di favorire la scuola privata, attraverso una trasformazione gerarchica che svuota di partecipazione la scuola pubblica, ne rende difficile se non impossibile la riqualificazione, la orienta in senso classista, le centellina i finanziamenti. Grazie anche ai finanziamenti pubblici (in violazione della Costituzione) tutto questo rafforzerà la scuola confessionale cattolica, assolutamente prevalente in Italia, dandole spazi non facilmente accessibili ad altre confessioni e denominazioni. In Italia, almeno, le scelte del governo rendono abbastanza facile alla Chiesa di Roma un’azione riconfessionalizzante, operazione ben diversa dall’ evangelizzazione, annuncio della buona novella di Cristo senza imposizione di gerarchie e regole confessionali.
L’istituto della famiglia deve essere radicalmente rivisto. Al di là dei “family day”, manifestazioni di carattere conservatore prive di reale seguito e di senso nella società contemporanea, le chiese stanno ripensando l’istituto stesso della famiglia nella sua formulazione tradizionale.
Il risultato, per alcuni versi destabilizzante, del referendum nella cattolica Irlanda, per dire sì al matrimonio egualitario, mette le chiese, in particolare quella cattolica romana, di fronte ad una scelta.
La famiglia gay o egualitaria ripropone di fatto i valori della famiglia tradizionale: stabilità di rapporti e cura dei figli, nella quale trasmettere valori e regole di vita. Perciò il ricondurre le relazioni di coppie omosessuali o le libere convivenze all’interno di uno schema di condivisione, appare essere uno dei pochi strumenti capaci di ricostruire relazioni solidali di esistenza, creando nuove famiglie. Sta prendendo così lentamente forma un nuovo schema di relazioni sociali che costituisce il tratto distintivo del territorio europeo, il quale, benché avversato da alcune confessioni religiose, trova la forza di ottenere una protezione legale effettiva. E’ un fatto che nella gran parte dei Paesi dell’Europa sono state approvate leggi che sostengono le unioni di persone dello stesso genere o comunque le convivenze affettive, a prescindere dalla sottoscrizione del vincolo matrimoniale. Si potrebbe anzi dire che in questa situazione i matrimoni tra persone dello stesso genere costituiscono la formula più efficace per la durata del vincolo familiare, sono elemento di stabilità sociale e di continuità della presenza di un nucleo sociale solidale nella società.
Orientarsi verso questo tipo di famiglia non è un problema per chiese come la nostra che fin dalla sua origine si sono proposte a tutela delle scelte affettive delle persone, quali che fossero, perché comunque fondate sull’amore, sul rispetto reciproco, sulla volontà di creare relazioni stabili, tutti valori contenuti nel messaggio cristiano e che a nostro avviso un cristiano non può che accogliere.
Altre denominazioni religiose invece, avendo da sempre assunto posizioni fortemente e rigidamente contrarie non possono nascondersi le contraddizioni insite in un eventuale mutamento della loro posizione verso la struttura della famiglia tradizionale.
Le migrazioni offrono però, come ben sottolinea il professor Giovanni Cimbalo, ordinario di diritto ecclesiastico all’Università di Bologna, un’occasione alternativa importante sia per la rinascita dell’appartenenza confessionale che per la riproposizione della visione tradizionale di famiglia. Anche se molti migranti appartengono alla confessione islamica, le chiese cristiane che scelgono questa strada (come, appunto, la cattolica romana) confidano di poter vincere nel tempo il confronto attraverso l’ecumenismo e un richiamo alle tradizioni delle popolazioni dell’est europeo, che costituiscono attualmente una buona percentuale dei migranti presenti in tutta Europa.
La scelta delle popolazioni europee laicizzate sembra invece essere quella di ricercare una nuova identità che prescinde dal cristianesimo, ovvero che riconosce nella predicazione del Vangelo oggi l’impossibilità di prescindere dal rifiuto di concezioni arcaiche quali quello della famiglia, intesa come unità produttiva e di comando del maschio sulla femmina, opposizione all’emancipazione della donna e dei minori, visione della cura degli anziani, affidata ai soggetti deboli dell’unità familiare. Il che presuppone la visione, quindi, di un Dio maschio, bianco, eterosessuale, virile, guerriero e discriminante, come ben evidenzia la pastora battista Elizabeth Green nel suo volume “Il Dio sconfinato”.
In questa situazione, il diritto a una morte dignitosa, la valorizzazione dell’individuo, la parità uomo donna, l’apertura del matrimonio e delle convivenze agli appartenenti allo stesso sesso, il diritto alla procreazione assistita, il diritto alla scelta della maternità, divengono i caratteri distintivi forti della riscoperta di un’etica cristiana rispettosa della persona, fondata sulla solidarietà, aperta all’essere umano con tutto il suo bagaglio di storia personale e sociale, e terreno di incontro e di dialogo con la laicità europea.
Sono questi e non altri i valori “forti” che gli irlandesi hanno mostrato di condividere con il loro voto massiccio a favore dell’apertura al matrimonio egualitario, volendo risolutamente unirsi alla maggioranza dei Paesi europei in questa scelta di nuovi valori. Una condivisione che non deve porli di fronte alla scelta fra essere o non essere cristiani ma che li può far essere cristiani più fondati sull’amore che sulla dottrina tradizionale.
La Chiesa cattolica romana sta invece elaborando una strategia contro la predominanza di questi nuovi valori in Europa, cercando alleanze inedite. L’invito rivolto alle Chiese Ortodosse di trovare una data unica per la celebrazione della Resurrezione è un segnale chiaro in questa direzione. Il Vaticano è consapevole di due fatti che vanno considerati: da un lato che nell’Europa occidentale sono presenti consistenti nuclei di popolazione di religione ortodossa; dall’altro che la libertà religiosa riconosciuta nei paesi dell’est europeo dopo la caduta dei regimi comunisti ha dato anche alla chiesa cattolica la possibilità di espandersi in quei territori. L’alternativa è quindi porsi in condizioni di contrasto o allearsi.
La scelta è chiara. Da qui il forte desiderio di questo papa di andare al più presto a Mosca, in modo da ricostruire l’unità di intenti e la collaborazione con la “Terza Roma”, la Chiesa di Mosca, dopo aver rinsaldato – seguendo la politica dei suoi predecessori – i legami con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Realizzando l’unità di azione con gli ortodossi si ricostruirebbe l’unità operativa delle Chiese cristiane, con il risultato non secondario di poter contrapporre un’unità dei cristiani all’islam aggressivo, inaugurando una politica di buon vicinato con quello più tollerante e moderato, sostenuto da comuni iniziative interreligiose.
In questa strategia però non trovano, né potrebbero trovare posto le Chiese protestanti, molte delle quali, in particolare quelle storiche europee, luterane, di ispirazione calvinista o riformate in genere, sono considerate ormai coinvolte, se non addirittura all’origine, della rielaborazione di valori avviata dalle popolazioni europee. Prova ne sono le loro aperture in materia di eutanasia, aborto, procreazione assistita, matrimonio egualitario, morale sessuale ed economica.
Questo fraintendimento del ruolo delle chiese protestanti nel cambiamento dell’Europa, rende sicuramente più difficile un riavvicinamento ecumenico, e non può cambiare questo fatto la visita del Papa alla Chiesa Valdese di Torino, una visita che ha le sue radici più in fatti personali della vita del Vescovo di Roma (le sue esperienze con i valdesi del Rio della Plata) che non in un obiettivo politico reale. Per questo riteniamo che l’avvenimento sia stato eccessivamente enfatizzato da alcuni media.
Le chiese protestanti non hanno promosso, per certi aspetti purtroppo, alcun cambiamento. La differenza sta nel modo di leggere le Scritture e di comprenderne il senso. Non sono le Chiese, tranne rari casi quali quello della MCC negli USA, che sono state istituzionalmente promotrici di questi cambiamenti. Sono la teologia della Riforma e la storia della sua applicazione che hanno svolto un ruolo fondamentale per favorire da un lato i diritti individuali, promuovere modelli a-gerarchici e ribadire sempre e comunque l’indipendenza reciproca tra Stato e Chiese. Questo è il vero ruolo culturale e filosofico svolto dal protestantesimo europeo negli ultimi cinque secoli, che non corrisponde all’idea del Papa di “nuova evangelizzazione” del nostro continente: la chiesa di Roma in realtà ripropone, anche con apprezzabili aperture di giustizia, un modello mitico della societas cristiana medioevale; il protestantesimo, invece, cerca di proiettarsi nel futuro accogliendo le istanze di una società in continuo cambiamento, alla ricerca di valori di riferimento ed alla quale il protestantesimo può offrire una visione del mondo più egualitaria, recuperando la semplicità e l’umiltà anche economica delle Chiese descritte nel Nuovo Testamento.

Marta Torcini

Giubileo straordinario, quando il Vaticano perde il pelo ma non il vizio

Lo scorso 14 marzo il pontefice della Chiesa cattolica romana, il vescovo di Roma Francesco ha annunciato che il prossimo 8 dicembre si aprirà a Roma un anno giubilare straordinario. Un giubileo dedicato alla “misericordia” nell’anniversario della chiusura del secondo Concilio Vaticano.
La motivazione avrebbe il suo perché (e infatti ha subito emozionato tanti commentatori sprovveduti, anche di parte evangelica) se non fosse minata da due osservazioni di fondo: la prima è che il giubileo è quanto di più anti-ecumenico e mondano (per non dire simoniaco) possa fare il Vaticano. Non solo esclude tutte le altre confessioni cristiane ma è anche alla base della dottrina delle indulgenze, la stessa dottrina, ma veramente rinnegata né riformulata, che ha dato avvio alla Riforma protestante. Il giubileo è di per sé simoniaco e un espediente usato per riempire ulteriormente le casse vaticane.
La seconda motivazione è che l’indizione di un giubileo per ricordare il Vaticano II da parte di un papa conservatore, oppositore della teologia della liberazione come Bergoglio è semplicemente una presa in giro per molti credenti. Papa Francesco si sta rivelando un’ottima operazione di marketing da parte della elitè cattoliche che vede la popolarità del clero e le chiese di nuovo meno vuote dopo i desolanti (ma sinceri) anni di Ratzinger. Il rischio conclamato (praticamente una certezza) è di avere una fregatura simile a quella della Dichiarazione congiunta cattolica-luterana sulla giustificazione del 1999 a cui è seguito un giubileo, quello di Giovanni Paolo II del 2000, pieno di devozione cattolica che andava nel verso contrario.
Fa quindi un po’ impressione sentire il moderatore della Tavola valdese emozionarsi per la “storica” visita di un papa al tempio valdese di Torino.
“Abbiamo voluto segnali di collaborazioni importanti, per esempio il messaggio augurale del papa all’ultimo sinodo valdese” (dove peraltro si invoca su un’assise protestante la protezione della Madonna), dice il moderatore Bernardini. Il fatto è che questo non è un accadimento interno alla sola chiesa valdese ma coinvolge tutte le chiese protestanti (e anche oltre) in Italia. E ci fa capire quale sia il problema di alcune chiese “storiche” nel nostro paese.
Da parte nostra, oltre a consigliare a Bernardini – nell’atto di ricevere un papa gesuita – di rileggersi Lutero oltre ai testi che parlano dei massacri dell’Inquisizione romana nei confronti dei valdesi, abbiamo il preciso obbligo di predicare l’Evangelo in tutta la sua carica urticante anche in quest’occasione.
Allontana da me il rumore dei tuoi canti! Non voglio più sentire il suono delle tue cetre! Scorra piuttosto il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne! dice il profeta Amos (5,24-25) per ricordare al popolo d’Israele e poi alla Chiesa che essa non deve compiacersi dei riti, dei riflettori, dei titoli dei giornali, affiancarsi a pratiche dubbie e farsi vedere in compagnia di chiunque ma servire umilmente Dio cercando di eliminare l’ingiustizia (in primo luogo quella sociale) giorno per giorno. Forse servono più predicatori dell’Evangelo e meno radical-chic da salotto

Andrea Panerini