IL 31 OTTOBRE PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO LIBRO DI ANDREA PANERINI

Mercoledì 31 ottobre verrà presentato in anteprima nazionale il nuovo libro di Andrea Panerini «Semper Reformanda? Per un (nuovo?) protestantesimo» (La Bancarella editrice, 2018) nell’ambito dell’iniziativa «Passato e futuro della Riforma protestante» che avrà luogo, appunto, il 31 ottobre prossimo alle ore 19 presso il Circolo Teatro L’Affratellamento di Ricorboli in via G.P. Orsini, 73 a Firenze (zona Gavinana – Firenze Sud). Vi sarà un saluto e contributo di Luigi Mannelli, presidente de “L’Affratellamento”, presenterà e modererà Marta Torcini, moderatore del Presbiterio della Chiesa Protestante Unita di Firenze. Interverranno, oltre all’Autore, anche Marco Lazzeri, dell’Associazione “Vivere l’Etica”, don Raffaele Palmisano, parroco di S. Maria a Ricorboli e Gabriele Sbrana, storico.
L’evento è organizzato dalla Chiesa Protestante Unita di Firenze, dalla Società Ricreatica “L’Affratellamento” di Ricorboli Circolo ARCI, dal Centro Culturale Evangelico “Buon Pastore”, dall’Associazione “Vivere l’Etica” e dal John Knox Institute di Lugano.

Questo volume vuole essere una seria, schietta e anche dolorosa analisi di quello che oggi è il protestantesimo “storico” (ovvero quello che si richiama ai Riformatori del XVI secolo e a talune correnti del Risveglio quali il metodismo) in Italia. Un’analisi critica che, al tempo stesso, vuole dare una visione propositiva, la stessa visione propositiva che mi ha animato, assieme a molti altri fratelli e sorelle, nella costituzione della Chiesa Protestante Unita. Questo volume non è un documento ufficiale né del Concistoro né, tanto meno, del Sinodo della Chiesa Protestante Unita, ma desidera essere un contributo personale per dare un quadro della situazione, unito a ciò che di nuovo si può fare, a quello che si può recuperare dalla spiritualità dei Riformatori e della Chiesa antica, anche queste realtà che, come ogni storico ben sa, non sono state scevre da problemi, scismi, personalismi e controversie. (dalla Premessa)

Andrea Panerini è nato a Piombino (Livorno) nel 1983 e risiede a Firenze. E’ laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Firenze e in Teologia presso la Facoltà Valdese di Roma. Pastore e Decano nazionale della Chiesa Protestante Unita, denominazione luterana di lingua italiana, è Direttore del Dipartimento di Studi biblici e teologici del John Knox Institute di Lugano e, nello stesso istituto, è docente di Storia della Chiesa e di Teologia pratica. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia e saggistica tra cui “Litanie arabe” (La Bancarella, 2010), il saggio storico “Elementi così sospetti e poco desiderabili” (La Bancarella, 2012) e il pamphlet “Italia, paese cristiano?” (La Bancarella, 2012) È considerato uno dei massimi esperti del pensiero religioso di Mazzini in Italia ed ha pubblicato numerosi volumi di saggistica e di poesia tra cui segnaliamo la curatela dei volumi di Mazzini «L’Italia, l’Austria e il Papa» (La Bancarella, 2005) e «Dal Concilio a Dio e altri scritti religiosi» (Claudiana, 2011), il capitolo “Il Dio di Mazzini” nel volume «Mazzini. Vita, avventure e pensiero di un italiano europeo» (Silvana, 2013) curato da Giuseppe Monsagrati e Anna Villari oltre all’ultimo volume «Mazzini e Lamennais. La spiritualità del Progresso» (La Bancarella, 2016). Nel 2016 ha anche pubblicato “Fede cristiana e orientamenti sessuali” per i tipi dell’editrice calabrese Doxa. Ha diretto dal 2006 al 2015 la rivista “Il libro volante” e nel 1999 ha fondato la rivista “Il Foglio Letterario” assieme, nel 2003, alle Edizioni Il Foglio. E’ Direttore editoriale delle Edizioni Buon Pastore (EDB) di Firenze e dirige, per l’editrice La Bancarella, le collane “Opere dello Spirito” e “Mazziniana”.

Per ordinare il libro:
– scrivere all’editore: labancarella@aruba.it
– ordinare su IBS.it (tra qualche giorno)
– Libro CO. Distributore in Toscana ed Umbria
– a Firenze presso la Libreria Claudiana di Borgo Ognissanti.

E’ DAVVERO NECESSARIA UNA NUOVA CHIESA?

Ovvero:
perché abbiamo deciso di fondarne una e non ne siamo pentiti

I problemi della società contemporanea potrebbero in qualche misura riassumersi in questo: l’epoca neoliberista in cui stiamo vivendo è una “….età in cui il capitalismo avanza senza essere frenato da nessun conflitto ben organizzato politicamente soprattutto (per) l’imporsi di un governo unico delle passioni”.
Secondo le tesi esposte da Ginsborg e Labate (2016), il neoliberismo ha ormai per decenni solleticato e sviluppato le nostre passioni – il consumo, l’apparire, il competere – così profondamente e così abilmente che pur di soddisfarle siamo disposti ad accettare politiche che un tempo avremmo rigettato, la riduzione dei diritti, la competizione a tutti i livelli. Siamo divenuti così succubi che accettiamo senza discutere proposte politiche povere di idee e di pluralismo, purché possiamo pensare di poter soddisfare le ambizioni, anzi le passioni, indotte in noi nell’ultimo mezzo secolo. Noi infatti vogliamo essere competitivi, vogliamo pensarci imprenditori di noi stessi, vogliamo avere come obiettivo primario l’arricchimento individuale.
In ambito politico “…l’uso ideologico delle passioni positive (serve principalmente) ad addolcire la pillola delle conseguenze brutali di decisioni economiche e politiche nella nostra vita quotidiana. Il loro uso non serve a rafforzare gli spazi di critica politica ma ad anestetizzarli”. Insomma “il neoliberismo governa non solo l’economia ma anche le passioni nel consumo, nel tempo libero, nel culto del narcisismo, persino nella vita politica”.
Tutto questo può esprimersi in modo più comprensibile dicendo che la società contemporanea ha sfruttato le nostre giuste passioni e ambizioni (la voglia di fare politica, l’impegno nell’associazionismo, il desiderio di migliorare noi stessi e la nostra condizione), trasformandole in desideri egoistici ed esclusivi. La politica non si fa più anche per soddisfare la nostra ambizione di esprimere noi stessi, ma esclusivamente per questo, dimenticando che essa ha prima di tutto come obiettivo il benessere della collettività; l’impegno nell’associazionismo non è più dono del nostro temo e delle nostre capacità agli altri, ma spazio per arrampicarsi socialmente in posizioni di un qualche, a volte tanto, potere; l’ambizione non è più una passione che stimola i nostri comportamenti migliori, ma i peggiori, che ci spinge a sgomitare calpestando tutto e tutti per raggiungere i nostri obiettivi.
Le Chiese possono considerarsi al riparo da questa evoluzione della società contemporanea? Mi piacerebbe, ma temo proprio di no. Anzi, probabilmente è proprio nelle Chiese che queste passioni “pilotate” dal neoliberismo si esprimono al peggio. Nelle Chiese infatti domina l’idea che quello che viene fatto è nell’interesse di una “comunità di Cristo”, per cui chi agisce in quest’ottica si sente sostanzialmente assolto nel proprio agire dalla giustificazione che tutto viene fatto “nell’interesse della Chiesa”.
Ma di quale tipo di chiesa stiamo parlando? Che ci si rivolga alla Cattolica Romana o alle varie denominazioni protestanti, l’idea che domina è quella dell’Istituzione con la I maiuscola, della struttura umana con regole, codici, discipline, tradizioni scritte e non scritte; organismi di gestione, di guida, di amministrazione, sempre più numerosi, presieduti da pastori, coordinatori, sacerdoti, vescovi ecc. ecc. Se si agisce nell’interesse della Chiesa così intesa ci si sente assolti, si ricevono i complimenti dei vertici istituzionali, siamo a posto con la nostra coscienza.
Le conseguenze però non mancano e si vedono. Soprattutto in alcune confessioni e denominazioni, la Chiesa come corpo di Cristo, cioè la Comunità, ne risente pesantemente. L’allontanamento dei giovani, le chiese vuote con pochi fedeli anziani ai culti, l’invecchiare e l’esaurirsi degli entusiasmi, il malcontento diffuso che fatica ad esprimersi per stanchezza e delusione, sono il risultato di questa evoluzione negativa, che ha condotto all’abbandono della cura pastorale per trasformarla in imposizione di regole avulse ormai da qualsiasi radicamento spirituale. A questa trasformazione, mi duole dirlo, sono convinta che abbia contribuito, in alcune chiese in particolare, l’aumento consistente, anche rispetto al numero di membri di chiesa, del gettito economico attraverso l’otto per mille. L’arrivo di così tanto denaro ha probabilmente trasformato i cuori, dando una vertigine di potere che non può non aver lasciato tracce e questi effetti sono tanto più visibili tanto più le Chiese che usufruiscono di questi molti denari sono piccole minoranze.
Del resto non fu Lutero che chiamò il denaro “lo sterco del diavolo”? E non sempre perché si siano insinuate nella gestione disonestà o corruzione, ma per il semplice esercizio del potere (che non esclude purtroppo anche un certo grado di familismo e clientelismo, effetti visibili e malefici di questo ripiegarsi su se stessi e sulle proprie ambizioni e conseguenza del neoliberismo).
Le Chiese si sono focalizzate su come spendere questo denaro, su come amministrarlo, su una gestione economica che ha sopravanzato di molto l’aspetto spirituale e pastorale. Le Chiese in questo modo si sono sclerotizzate, tendono alla conservazione delle posizioni anziché alla loro messa in discussione, e hanno così perduto quello che io considero un prezioso plusvalore rispetto a partiti e associazioni: la Chiesa intesa come comunità cristiana è infatti principalmente ricchezza spirituale, dove i conti certamente si fanno ma sempre avendo ben presente che l’obiettivo primario non è il pareggio di bilancio, ma la diffusione dell’Evangelo e la serenità delle comunità.
Insomma, soprattutto nel mondo protestante l’ecclesia reformata semper reformanda si è trasformata dapprima in una ecclesia mater reformationis e poi in una ecclesia mater et magister.
In questo contesto qual’è la condizione del credente e dell’ateo in ricerca che si sono avvicinati alla Chiesa (una qualsiasi delle nostre chiese protestanti), cercando conforto spirituale, solidarietà, accettazione della diversità, spirito fraterno? E’ la condizione di chi riceve per l’ennesima volta una profonda delusione.
Se le voci critiche interne alle chiese vengono estromesse senza tanti complimenti, se i nuovi che arrivano non trovano accoglienza vera e disponibile, se la ricerca della spiritualità viene frustrata dai personalismi e dagli egoismi, se infine si creano nelle chiese le scale sociali (chi c’è sempre stato e chi arriva ora, chi può permettersi un certo livello di contributo e chi non può permettersene alcuno ecc.) ecco, chi si avvicina, se ne va anche velocemente.
Dopo queste considerazioni, per rispondere alla domanda iniziale, la necessità di una nuova chiesa, devo spiegare cosa è accaduto a noi e perché abbiamo deciso di costituire la Chiesa Protestante Unita.
Siamo stati avvicinati da varie persone, reduci da deludenti, se non addirittura dolorose esperienze in Chiese tradizionali e consolidate (da quelle cattoliche a quelle protestanti per arrivare alle evangelicali), che hanno iniziato a partecipare alle nostre riunioni, alle nostre preghiere, che hanno cominciato a parlare di se stesse trovando ascolto e attenzione. Hanno fatto richieste e proposto iniziative e idee. Hanno anche raccontato perché non si erano trovate bene altrove, hanno detto o fatto capire chiaramente cosa cercavano. Era lo stesso che cercavamo noi, primo piccolissimo nucleo della nuova chiesa: un ritorno alla spiritualità, all’ascolto, al non parlarsi addosso, al dare importanza a ciò che davvero ce l’ha. Non lo “stile” del culto (a me piace molto sobrio, calvinista, il nostro pastore a Firenze non esita a metterci qualche elemento metodista o luterano), non “candele sì, candele no” e neppure “responsorio sì, responsorio no” perché non sono queste le cose che contano. E neppure toga si o toga no, il cane che ti accompagna alle letture sì o no (da noi i cani e tutti gli animali sono benvenuti, sono creature di Dio e nostri fratelli e sorelle). Quello che conta sono i nostri rapporti con le persone che ci circondano, che si avvicinano a noi, impostati secondo la nostra relazione con Dio. Le nostre passioni insomma riportate in un ambito comunitario: condivisione, chiarezza, rispetto, uguaglianza e compassione, empatia, al di là dei ruoli, delle professioni e del censo di ciascuno. Va bene anche difendere il patrimonio spirituale e teologico della Riforma ma senza diventare (come molte Chiese istituzionalizzate hanno fatto) i nuovi scribi e farisei di una tradizione fine a se stessa o usare questa tradizione come schermo (spesso volutamente forviante) per tradizioni che nulla hanno a che vedere con la Scrittura e gli scritti dei riformatori. Lutero è ancora attuale, a patto di non fossilizzarlo in un passato che non è suo ma che può fare comodo alle istituzioni.
Una chiesa così non l’avevo ancora trovata. Sì, penso proprio che una nuova chiesa fosse necessaria.

Marta Torcini

Le citazioni sono tratte da: P. Ginsborg – S. Labate, Passioni e politica, Torino, Einaudi, 2016.

La chiarezza che il Vangelo esige

Alcune note sugli ultimi accadimenti religiosi, sociali e politici

Editoriale di Marta Torcini, Vicemoderatore della CCM/MCC di Firenze nel numero di luglio/agosto 2015 de “La pagina cristiana”

La visita del Papa alla Chiesa Valdese di Torino ha entusiasmato tutti coloro che sperano che il dialogo fra le chiese cristiane porti progressivamente ad un riavvicinamento (se non ad una riunificazione) delle varie confessioni e denominazioni, nel reciproco riconoscimento di comunanza di valori, e di autonomia confessionale e teologica.
Un obiettivo che sembrerebbe vicino, ma che non è affatto facile da raggiungere, neppure all’interno del protestantesimo. Ci dividono fondamentalismi di vario genere (uno è per esempio il riconoscimento delle coppie gay che, nella nostra realtà, divide persino il Consiglio dei Pastori di Firenze al punto da mettere in discussione la partecipazione ad esso del nostro Pastore), particolarismi, rivendicazioni di primogenitura, che dovrebbero essere tutti rivisti alla luce dell’Evangelo, e rapidamente accantonati.
La posizione della Chiesa Cattolica Romana è però più complessa. Il processo di laicizzazione, indubbiamente in atto in Europa, ha portato all’elaborazione di nuovi standard distintivi, di nuovi caratteri culturali che hanno fatto prevalere una visione individualistica dell’esistenza e hanno condotto alla riduzione dello spazio per la solidarietà umana, nella politica come nell’etica. In politica basti pensare a come si sono ridotte in tutta Europa le tutele sul lavoro, o al vergognoso spettacolo che stanno dando le istituzioni europee di fronte al problema dei migranti, o a quello del debito della Grecia o di altri paesi: il denaro e la sicurezza sono diventati i parametri sui quali tutto viene valutato.
In campo etico si sono affermati principi quali la scelta individuale sul fine vita e sulla procreazione assistita, si è rotto il patto generazionale, è palese l’incapacità delle persone di mantenere rapporti di coppia stabili, di assumersi la responsabilità di una consapevole paternità e maternità, e questo anche, ma non solo, a causa della crisi che non aiuta i giovani a crearsi la necessaria indipendenza economica. Emerge chiarissima l’incapacità dell’istituto della famiglia tradizionale a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale, luogo di compensazione anche economica delle disuguaglianze indotte dal mercato.
Tutte le chiese sono impegnate, in un contesto di questo tipo, a ricercare strumenti per il recupero di relazioni sociali solidali e per la creazione di nuove famiglie attraverso le quali ricostruire il tessuto umano nel quale veicolare il messaggio cristiano ai più giovani ricostituendo una comunità di credenti ampia e attiva nella società.
Gli strumenti più importanti per il raggiungimento di questo obiettivo erano in passato e rimangono tuttora la famiglia e la scuola. Gli interventi del nostro governo sulla scuola pubblica mettono in evidenza un tentativo per nulla mascherato di favorire la scuola privata, attraverso una trasformazione gerarchica che svuota di partecipazione la scuola pubblica, ne rende difficile se non impossibile la riqualificazione, la orienta in senso classista, le centellina i finanziamenti. Grazie anche ai finanziamenti pubblici (in violazione della Costituzione) tutto questo rafforzerà la scuola confessionale cattolica, assolutamente prevalente in Italia, dandole spazi non facilmente accessibili ad altre confessioni e denominazioni. In Italia, almeno, le scelte del governo rendono abbastanza facile alla Chiesa di Roma un’azione riconfessionalizzante, operazione ben diversa dall’ evangelizzazione, annuncio della buona novella di Cristo senza imposizione di gerarchie e regole confessionali.
L’istituto della famiglia deve essere radicalmente rivisto. Al di là dei “family day”, manifestazioni di carattere conservatore prive di reale seguito e di senso nella società contemporanea, le chiese stanno ripensando l’istituto stesso della famiglia nella sua formulazione tradizionale.
Il risultato, per alcuni versi destabilizzante, del referendum nella cattolica Irlanda, per dire sì al matrimonio egualitario, mette le chiese, in particolare quella cattolica romana, di fronte ad una scelta.
La famiglia gay o egualitaria ripropone di fatto i valori della famiglia tradizionale: stabilità di rapporti e cura dei figli, nella quale trasmettere valori e regole di vita. Perciò il ricondurre le relazioni di coppie omosessuali o le libere convivenze all’interno di uno schema di condivisione, appare essere uno dei pochi strumenti capaci di ricostruire relazioni solidali di esistenza, creando nuove famiglie. Sta prendendo così lentamente forma un nuovo schema di relazioni sociali che costituisce il tratto distintivo del territorio europeo, il quale, benché avversato da alcune confessioni religiose, trova la forza di ottenere una protezione legale effettiva. E’ un fatto che nella gran parte dei Paesi dell’Europa sono state approvate leggi che sostengono le unioni di persone dello stesso genere o comunque le convivenze affettive, a prescindere dalla sottoscrizione del vincolo matrimoniale. Si potrebbe anzi dire che in questa situazione i matrimoni tra persone dello stesso genere costituiscono la formula più efficace per la durata del vincolo familiare, sono elemento di stabilità sociale e di continuità della presenza di un nucleo sociale solidale nella società.
Orientarsi verso questo tipo di famiglia non è un problema per chiese come la nostra che fin dalla sua origine si sono proposte a tutela delle scelte affettive delle persone, quali che fossero, perché comunque fondate sull’amore, sul rispetto reciproco, sulla volontà di creare relazioni stabili, tutti valori contenuti nel messaggio cristiano e che a nostro avviso un cristiano non può che accogliere.
Altre denominazioni religiose invece, avendo da sempre assunto posizioni fortemente e rigidamente contrarie non possono nascondersi le contraddizioni insite in un eventuale mutamento della loro posizione verso la struttura della famiglia tradizionale.
Le migrazioni offrono però, come ben sottolinea il professor Giovanni Cimbalo, ordinario di diritto ecclesiastico all’Università di Bologna, un’occasione alternativa importante sia per la rinascita dell’appartenenza confessionale che per la riproposizione della visione tradizionale di famiglia. Anche se molti migranti appartengono alla confessione islamica, le chiese cristiane che scelgono questa strada (come, appunto, la cattolica romana) confidano di poter vincere nel tempo il confronto attraverso l’ecumenismo e un richiamo alle tradizioni delle popolazioni dell’est europeo, che costituiscono attualmente una buona percentuale dei migranti presenti in tutta Europa.
La scelta delle popolazioni europee laicizzate sembra invece essere quella di ricercare una nuova identità che prescinde dal cristianesimo, ovvero che riconosce nella predicazione del Vangelo oggi l’impossibilità di prescindere dal rifiuto di concezioni arcaiche quali quello della famiglia, intesa come unità produttiva e di comando del maschio sulla femmina, opposizione all’emancipazione della donna e dei minori, visione della cura degli anziani, affidata ai soggetti deboli dell’unità familiare. Il che presuppone la visione, quindi, di un Dio maschio, bianco, eterosessuale, virile, guerriero e discriminante, come ben evidenzia la pastora battista Elizabeth Green nel suo volume “Il Dio sconfinato”.
In questa situazione, il diritto a una morte dignitosa, la valorizzazione dell’individuo, la parità uomo donna, l’apertura del matrimonio e delle convivenze agli appartenenti allo stesso sesso, il diritto alla procreazione assistita, il diritto alla scelta della maternità, divengono i caratteri distintivi forti della riscoperta di un’etica cristiana rispettosa della persona, fondata sulla solidarietà, aperta all’essere umano con tutto il suo bagaglio di storia personale e sociale, e terreno di incontro e di dialogo con la laicità europea.
Sono questi e non altri i valori “forti” che gli irlandesi hanno mostrato di condividere con il loro voto massiccio a favore dell’apertura al matrimonio egualitario, volendo risolutamente unirsi alla maggioranza dei Paesi europei in questa scelta di nuovi valori. Una condivisione che non deve porli di fronte alla scelta fra essere o non essere cristiani ma che li può far essere cristiani più fondati sull’amore che sulla dottrina tradizionale.
La Chiesa cattolica romana sta invece elaborando una strategia contro la predominanza di questi nuovi valori in Europa, cercando alleanze inedite. L’invito rivolto alle Chiese Ortodosse di trovare una data unica per la celebrazione della Resurrezione è un segnale chiaro in questa direzione. Il Vaticano è consapevole di due fatti che vanno considerati: da un lato che nell’Europa occidentale sono presenti consistenti nuclei di popolazione di religione ortodossa; dall’altro che la libertà religiosa riconosciuta nei paesi dell’est europeo dopo la caduta dei regimi comunisti ha dato anche alla chiesa cattolica la possibilità di espandersi in quei territori. L’alternativa è quindi porsi in condizioni di contrasto o allearsi.
La scelta è chiara. Da qui il forte desiderio di questo papa di andare al più presto a Mosca, in modo da ricostruire l’unità di intenti e la collaborazione con la “Terza Roma”, la Chiesa di Mosca, dopo aver rinsaldato – seguendo la politica dei suoi predecessori – i legami con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Realizzando l’unità di azione con gli ortodossi si ricostruirebbe l’unità operativa delle Chiese cristiane, con il risultato non secondario di poter contrapporre un’unità dei cristiani all’islam aggressivo, inaugurando una politica di buon vicinato con quello più tollerante e moderato, sostenuto da comuni iniziative interreligiose.
In questa strategia però non trovano, né potrebbero trovare posto le Chiese protestanti, molte delle quali, in particolare quelle storiche europee, luterane, di ispirazione calvinista o riformate in genere, sono considerate ormai coinvolte, se non addirittura all’origine, della rielaborazione di valori avviata dalle popolazioni europee. Prova ne sono le loro aperture in materia di eutanasia, aborto, procreazione assistita, matrimonio egualitario, morale sessuale ed economica.
Questo fraintendimento del ruolo delle chiese protestanti nel cambiamento dell’Europa, rende sicuramente più difficile un riavvicinamento ecumenico, e non può cambiare questo fatto la visita del Papa alla Chiesa Valdese di Torino, una visita che ha le sue radici più in fatti personali della vita del Vescovo di Roma (le sue esperienze con i valdesi del Rio della Plata) che non in un obiettivo politico reale. Per questo riteniamo che l’avvenimento sia stato eccessivamente enfatizzato da alcuni media.
Le chiese protestanti non hanno promosso, per certi aspetti purtroppo, alcun cambiamento. La differenza sta nel modo di leggere le Scritture e di comprenderne il senso. Non sono le Chiese, tranne rari casi quali quello della MCC negli USA, che sono state istituzionalmente promotrici di questi cambiamenti. Sono la teologia della Riforma e la storia della sua applicazione che hanno svolto un ruolo fondamentale per favorire da un lato i diritti individuali, promuovere modelli a-gerarchici e ribadire sempre e comunque l’indipendenza reciproca tra Stato e Chiese. Questo è il vero ruolo culturale e filosofico svolto dal protestantesimo europeo negli ultimi cinque secoli, che non corrisponde all’idea del Papa di “nuova evangelizzazione” del nostro continente: la chiesa di Roma in realtà ripropone, anche con apprezzabili aperture di giustizia, un modello mitico della societas cristiana medioevale; il protestantesimo, invece, cerca di proiettarsi nel futuro accogliendo le istanze di una società in continuo cambiamento, alla ricerca di valori di riferimento ed alla quale il protestantesimo può offrire una visione del mondo più egualitaria, recuperando la semplicità e l’umiltà anche economica delle Chiese descritte nel Nuovo Testamento.

Marta Torcini