La chiarezza che il Vangelo esige

Alcune note sugli ultimi accadimenti religiosi, sociali e politici

Editoriale di Marta Torcini, Vicemoderatore della CCM/MCC di Firenze nel numero di luglio/agosto 2015 de “La pagina cristiana”

La visita del Papa alla Chiesa Valdese di Torino ha entusiasmato tutti coloro che sperano che il dialogo fra le chiese cristiane porti progressivamente ad un riavvicinamento (se non ad una riunificazione) delle varie confessioni e denominazioni, nel reciproco riconoscimento di comunanza di valori, e di autonomia confessionale e teologica.
Un obiettivo che sembrerebbe vicino, ma che non è affatto facile da raggiungere, neppure all’interno del protestantesimo. Ci dividono fondamentalismi di vario genere (uno è per esempio il riconoscimento delle coppie gay che, nella nostra realtà, divide persino il Consiglio dei Pastori di Firenze al punto da mettere in discussione la partecipazione ad esso del nostro Pastore), particolarismi, rivendicazioni di primogenitura, che dovrebbero essere tutti rivisti alla luce dell’Evangelo, e rapidamente accantonati.
La posizione della Chiesa Cattolica Romana è però più complessa. Il processo di laicizzazione, indubbiamente in atto in Europa, ha portato all’elaborazione di nuovi standard distintivi, di nuovi caratteri culturali che hanno fatto prevalere una visione individualistica dell’esistenza e hanno condotto alla riduzione dello spazio per la solidarietà umana, nella politica come nell’etica. In politica basti pensare a come si sono ridotte in tutta Europa le tutele sul lavoro, o al vergognoso spettacolo che stanno dando le istituzioni europee di fronte al problema dei migranti, o a quello del debito della Grecia o di altri paesi: il denaro e la sicurezza sono diventati i parametri sui quali tutto viene valutato.
In campo etico si sono affermati principi quali la scelta individuale sul fine vita e sulla procreazione assistita, si è rotto il patto generazionale, è palese l’incapacità delle persone di mantenere rapporti di coppia stabili, di assumersi la responsabilità di una consapevole paternità e maternità, e questo anche, ma non solo, a causa della crisi che non aiuta i giovani a crearsi la necessaria indipendenza economica. Emerge chiarissima l’incapacità dell’istituto della famiglia tradizionale a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale, luogo di compensazione anche economica delle disuguaglianze indotte dal mercato.
Tutte le chiese sono impegnate, in un contesto di questo tipo, a ricercare strumenti per il recupero di relazioni sociali solidali e per la creazione di nuove famiglie attraverso le quali ricostruire il tessuto umano nel quale veicolare il messaggio cristiano ai più giovani ricostituendo una comunità di credenti ampia e attiva nella società.
Gli strumenti più importanti per il raggiungimento di questo obiettivo erano in passato e rimangono tuttora la famiglia e la scuola. Gli interventi del nostro governo sulla scuola pubblica mettono in evidenza un tentativo per nulla mascherato di favorire la scuola privata, attraverso una trasformazione gerarchica che svuota di partecipazione la scuola pubblica, ne rende difficile se non impossibile la riqualificazione, la orienta in senso classista, le centellina i finanziamenti. Grazie anche ai finanziamenti pubblici (in violazione della Costituzione) tutto questo rafforzerà la scuola confessionale cattolica, assolutamente prevalente in Italia, dandole spazi non facilmente accessibili ad altre confessioni e denominazioni. In Italia, almeno, le scelte del governo rendono abbastanza facile alla Chiesa di Roma un’azione riconfessionalizzante, operazione ben diversa dall’ evangelizzazione, annuncio della buona novella di Cristo senza imposizione di gerarchie e regole confessionali.
L’istituto della famiglia deve essere radicalmente rivisto. Al di là dei “family day”, manifestazioni di carattere conservatore prive di reale seguito e di senso nella società contemporanea, le chiese stanno ripensando l’istituto stesso della famiglia nella sua formulazione tradizionale.
Il risultato, per alcuni versi destabilizzante, del referendum nella cattolica Irlanda, per dire sì al matrimonio egualitario, mette le chiese, in particolare quella cattolica romana, di fronte ad una scelta.
La famiglia gay o egualitaria ripropone di fatto i valori della famiglia tradizionale: stabilità di rapporti e cura dei figli, nella quale trasmettere valori e regole di vita. Perciò il ricondurre le relazioni di coppie omosessuali o le libere convivenze all’interno di uno schema di condivisione, appare essere uno dei pochi strumenti capaci di ricostruire relazioni solidali di esistenza, creando nuove famiglie. Sta prendendo così lentamente forma un nuovo schema di relazioni sociali che costituisce il tratto distintivo del territorio europeo, il quale, benché avversato da alcune confessioni religiose, trova la forza di ottenere una protezione legale effettiva. E’ un fatto che nella gran parte dei Paesi dell’Europa sono state approvate leggi che sostengono le unioni di persone dello stesso genere o comunque le convivenze affettive, a prescindere dalla sottoscrizione del vincolo matrimoniale. Si potrebbe anzi dire che in questa situazione i matrimoni tra persone dello stesso genere costituiscono la formula più efficace per la durata del vincolo familiare, sono elemento di stabilità sociale e di continuità della presenza di un nucleo sociale solidale nella società.
Orientarsi verso questo tipo di famiglia non è un problema per chiese come la nostra che fin dalla sua origine si sono proposte a tutela delle scelte affettive delle persone, quali che fossero, perché comunque fondate sull’amore, sul rispetto reciproco, sulla volontà di creare relazioni stabili, tutti valori contenuti nel messaggio cristiano e che a nostro avviso un cristiano non può che accogliere.
Altre denominazioni religiose invece, avendo da sempre assunto posizioni fortemente e rigidamente contrarie non possono nascondersi le contraddizioni insite in un eventuale mutamento della loro posizione verso la struttura della famiglia tradizionale.
Le migrazioni offrono però, come ben sottolinea il professor Giovanni Cimbalo, ordinario di diritto ecclesiastico all’Università di Bologna, un’occasione alternativa importante sia per la rinascita dell’appartenenza confessionale che per la riproposizione della visione tradizionale di famiglia. Anche se molti migranti appartengono alla confessione islamica, le chiese cristiane che scelgono questa strada (come, appunto, la cattolica romana) confidano di poter vincere nel tempo il confronto attraverso l’ecumenismo e un richiamo alle tradizioni delle popolazioni dell’est europeo, che costituiscono attualmente una buona percentuale dei migranti presenti in tutta Europa.
La scelta delle popolazioni europee laicizzate sembra invece essere quella di ricercare una nuova identità che prescinde dal cristianesimo, ovvero che riconosce nella predicazione del Vangelo oggi l’impossibilità di prescindere dal rifiuto di concezioni arcaiche quali quello della famiglia, intesa come unità produttiva e di comando del maschio sulla femmina, opposizione all’emancipazione della donna e dei minori, visione della cura degli anziani, affidata ai soggetti deboli dell’unità familiare. Il che presuppone la visione, quindi, di un Dio maschio, bianco, eterosessuale, virile, guerriero e discriminante, come ben evidenzia la pastora battista Elizabeth Green nel suo volume “Il Dio sconfinato”.
In questa situazione, il diritto a una morte dignitosa, la valorizzazione dell’individuo, la parità uomo donna, l’apertura del matrimonio e delle convivenze agli appartenenti allo stesso sesso, il diritto alla procreazione assistita, il diritto alla scelta della maternità, divengono i caratteri distintivi forti della riscoperta di un’etica cristiana rispettosa della persona, fondata sulla solidarietà, aperta all’essere umano con tutto il suo bagaglio di storia personale e sociale, e terreno di incontro e di dialogo con la laicità europea.
Sono questi e non altri i valori “forti” che gli irlandesi hanno mostrato di condividere con il loro voto massiccio a favore dell’apertura al matrimonio egualitario, volendo risolutamente unirsi alla maggioranza dei Paesi europei in questa scelta di nuovi valori. Una condivisione che non deve porli di fronte alla scelta fra essere o non essere cristiani ma che li può far essere cristiani più fondati sull’amore che sulla dottrina tradizionale.
La Chiesa cattolica romana sta invece elaborando una strategia contro la predominanza di questi nuovi valori in Europa, cercando alleanze inedite. L’invito rivolto alle Chiese Ortodosse di trovare una data unica per la celebrazione della Resurrezione è un segnale chiaro in questa direzione. Il Vaticano è consapevole di due fatti che vanno considerati: da un lato che nell’Europa occidentale sono presenti consistenti nuclei di popolazione di religione ortodossa; dall’altro che la libertà religiosa riconosciuta nei paesi dell’est europeo dopo la caduta dei regimi comunisti ha dato anche alla chiesa cattolica la possibilità di espandersi in quei territori. L’alternativa è quindi porsi in condizioni di contrasto o allearsi.
La scelta è chiara. Da qui il forte desiderio di questo papa di andare al più presto a Mosca, in modo da ricostruire l’unità di intenti e la collaborazione con la “Terza Roma”, la Chiesa di Mosca, dopo aver rinsaldato – seguendo la politica dei suoi predecessori – i legami con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Realizzando l’unità di azione con gli ortodossi si ricostruirebbe l’unità operativa delle Chiese cristiane, con il risultato non secondario di poter contrapporre un’unità dei cristiani all’islam aggressivo, inaugurando una politica di buon vicinato con quello più tollerante e moderato, sostenuto da comuni iniziative interreligiose.
In questa strategia però non trovano, né potrebbero trovare posto le Chiese protestanti, molte delle quali, in particolare quelle storiche europee, luterane, di ispirazione calvinista o riformate in genere, sono considerate ormai coinvolte, se non addirittura all’origine, della rielaborazione di valori avviata dalle popolazioni europee. Prova ne sono le loro aperture in materia di eutanasia, aborto, procreazione assistita, matrimonio egualitario, morale sessuale ed economica.
Questo fraintendimento del ruolo delle chiese protestanti nel cambiamento dell’Europa, rende sicuramente più difficile un riavvicinamento ecumenico, e non può cambiare questo fatto la visita del Papa alla Chiesa Valdese di Torino, una visita che ha le sue radici più in fatti personali della vita del Vescovo di Roma (le sue esperienze con i valdesi del Rio della Plata) che non in un obiettivo politico reale. Per questo riteniamo che l’avvenimento sia stato eccessivamente enfatizzato da alcuni media.
Le chiese protestanti non hanno promosso, per certi aspetti purtroppo, alcun cambiamento. La differenza sta nel modo di leggere le Scritture e di comprenderne il senso. Non sono le Chiese, tranne rari casi quali quello della MCC negli USA, che sono state istituzionalmente promotrici di questi cambiamenti. Sono la teologia della Riforma e la storia della sua applicazione che hanno svolto un ruolo fondamentale per favorire da un lato i diritti individuali, promuovere modelli a-gerarchici e ribadire sempre e comunque l’indipendenza reciproca tra Stato e Chiese. Questo è il vero ruolo culturale e filosofico svolto dal protestantesimo europeo negli ultimi cinque secoli, che non corrisponde all’idea del Papa di “nuova evangelizzazione” del nostro continente: la chiesa di Roma in realtà ripropone, anche con apprezzabili aperture di giustizia, un modello mitico della societas cristiana medioevale; il protestantesimo, invece, cerca di proiettarsi nel futuro accogliendo le istanze di una società in continuo cambiamento, alla ricerca di valori di riferimento ed alla quale il protestantesimo può offrire una visione del mondo più egualitaria, recuperando la semplicità e l’umiltà anche economica delle Chiese descritte nel Nuovo Testamento.

Marta Torcini

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